Contraddizioni ed accettazione

Scrivo a bassa volce, che la notte é giá arrivata e guai a guastarne la calma.

Scrivo piano per non svegliare chi dorme, che di casini da risolvere ce ne sono tanti, che é lunedí e di sonno, invece, sempre troppo poco.

Un po’ per tutti.

Sempre piú troppo poco di tutto.

O forse troppo di tutto?

Siamo in un’epoca confusa, in cui niente ha una precisa identitá, in cui ogni casa acquista mille valori e allo stesso tempo resta insignificante.

Il bandolo della matassa l’abbiamo perso chissá dove e nessuno ha il coraggio di andare a cercarlo.

Ci sono poi quelle menti folli, geniali, coraggiose e contro corrente che ci indicano qual’é la strada giusta da percorrere. Ma noi no, é piú bello perdersi per poi capire che, forse, avevano ragione loro.

Ma é troppo tardi, troppo tardi.

Scrivo piano perché delle contraddizioni di questo mondo ci ho capito poco anche io e non vorrei mai urlare troppo forte qualcosa che non so…che poi, si sá, che chi é presuntuoso risulta anche antipatico.

Sarebbe bello avere soluzioni, ma poi i problemi risolti perdono di interesse.

Sarebbe bello raggiungere i nostri sogni, ma poi che fine farebbe la nostra immaginazione?

Ho ancora tanta strada da fare, ma nel tempo che fin’ora ho speso a cercare il bandolo della matassa, credo di aver capito che il vero problema sta nell’accettazione.

Non siamo disposti ad accettare piú un bel niente, né di buono, né di cattivo. Dobbiamo sempre dire la nostra e di stare in silenzio, no, non se ne parla proprio.

E quanto farebbe bene a questo mondo un po’ di tregua da tutte quelle parole e quei gesti a volte asettici che ne guastano la quiete.

Quello che auguro a me stessa ed al mondo intero é di non sprecare fiato, azioni, amore, dolori e gioie ma di dare un significato a tutto quanto.

E se quel tutto quanto non avrá significato per chi o ció che ci rirconda:

accettarlo.

Come lucciole in una notte d’estate 

​Ci sono quegli amori che non seguono né le regole, né le logiche dettate dal mondo e nascono così, liberi e inconsapevoli, da un incrocio di sguardi. 

Non si nutrono di certezze e non hanno bisogno di prove, di promesse o di ostacoli da superare per crescere. Semplicemente esistono ed esisteranno sempre, qualunque cosa accada.

Chi ne fa esperienza comprende che il legame che creano questi amori è assolutamente fuori dal controllo della mente umana. Sono inspiegabili, senza senso a volte, con un nucleo invalicabile e capace di resistere ad ogni attacco esterno.  

A volte sono sopiti, quasi non fossero mai esistiti. Ma in un attimo tornano a risplendere. La loro luce pulsa come quella delle lucciole in una notte d’estate. 

Ci sono esseri umani che non potranno mai farne esperienza ed altri che avranno la fortuna di conoscerli.

Questi ultimi sapranno di essere legati per sempre da un qualcosa di indissolubile ed unico. 

Ovunque andranno, qualunche sia la loro meta, anche a migliaia di km di distanza uno dall’altro, si apparterranno e si prenderanno cura di quel grande dono dell’universo.

E sarà come tenersi sempre per mano, nel cammino della loro esistenza.

Scrivere

In pochissimi sapevano dell’esistenza di questo blog, ma ieri, per una serie di eventi, è diventato un po’ più conosciuto, per lo meno tra la schiera di persone che fanno parte della mia vita, chi più e chi meno.

Da quando lo avevo creato sono trascorsi parecchi anni ed è rimasto congelato in un angolo per diverso tempo, in attesa di essere riscoperto. 

Ora ha smesso di essere quella sorta di diario pressoché segreto che era prima e questa cosa, se pur in parte desiderata, ne cambia l’essenza e ne ridefinisce i margini. 

Amo scrivere da sempre e chi mi conosce a fondo lo sa bene. 

Sin dai tempi della scuola, se avevo 3 in matematica, portavo invece a casa dei voti altissimi nei temi, che scrivevo direttamente in bella, sfidandomi a non commettere errori e a non fare cancellature. 

Scrivere mi fa estraniare da tutto ciò che mi circonda ma allo stesso tempo mi fa scavare nel profondo della vita. Ci sono pensieri nebulosi nella mia mente che prendono forma solo dopo averli messi nero su bianco.

Il fatto di creare qualcosa di mio e solo mio mi fa sentire viva e per il tempo in cui lo faccio mi sembra di dare un senso più ampio alla mia esistenza.

Mi piace ricamare minuziosamente quello che creo. Non voglio avere la presunzione di saperlo fare bene, ma il solo immergermi con tutta l’anima in quello che ho scritto mi fa sentire in pace con il mondo. Leggerlo e rileggerlo fino a conoscerlo a memoria, correggendo errori, apportando modifiche, chiedendo pareri qua e là.

Scrivere mi rende più consapevole di ciò che mi circonda. Ho sempre creduto che l’esperienza sia quella cosa che dà senso ad ogni vita umana e poterne fare tesoro mettendola su di un foglio che prima era immacolato ( o una pagina web, in questo caso), senza dare nulla per scontato, credo sia meraviglioso.

Non mi sono interrogata molto sul mio stile di scrittura. Forse dovrei farlo. Chissà quanti errori, quante mancanze, quanta inesperienza leggono e notano i più esperti di me. 

Certo, spero di non mettermi in bocca a troppi leoni, ma se arriveranno anche quelli ben venga. Sarà un’altra lezione di vita.

Tuttavia questo blog era nato per dare libero sfogo al mio intimo modo di essere e se qualcosa cambierà nella sua identità, vorrei che fosse per il naturale scorrere degli eventi. Almeno qui.

Grazie a chi dedicherà tempo nel leggermi. Il vostro contributo a migliorare tutto quanto è indispensabile. 

Chiudo questa parentesi di diario, in cui parlo al lettore, per riprendere a scrivere così, come viene, come se nessuno mi leggesse. 

Grazie di cuore a tutti coloro che condividono con me le esperienze del loro quotidiano, da cui prendo spunto per creare qualcosa di nuovo.

A presto.

Ciao. 

L’infanzia rubata, racchiusa in uno sguardo

 

bambino siriano

Questa notte ho bisogno di scrivere.

È un bisogno che nasce dal profondo e tutto sommato, al momento, non ho in mente qualcosa di preciso da buttar giù. Ma scrivo e mi sento già in pace con il mondo. O meglio, ora che ci penso bene……….
Ho visto una foto oggi. Un bambino impolverato, il volto emaciato e pieno di sangue. Lo sguardo fisso nel vuoto. Dicono che abbia 5 anni e che il suo viso sia diventato il simbolo della guerra in Siria. É stato vittima di un bombardamento contro i civili. Uno di quei bombardamenti che tolgono il fiato per la loro implacabile ingiustizia e che tirano in mezzo gli innocenti nel grande schifo che seminano i potenti.

Ma che ne so io per avere la presunzione di parlare di lui?

Che ne so io di una sofferenza così grande?

Nel suo sguardo si intravedeva una consapevolezza molto più grande di quella che ho potuto maturare io in 33 anni ed 11 mesi.

Lui lo sa. Io no.

Lui non nutre speranze. Io ancora sì.

Mi celo dietro il romanticismo, con cui guardo il mondo e la realtà che mi circonda ogni giorno.

Mi celo dietro all’ipocrisia di fingere che forse qualcosa può ancora cambiare.

Ma che pianeta è questo? Come diavolo abbiamo ridotto questo posto?

Questa notte mi culla la triste consapevolezza che forse il punto di non ritorno lo abbiamo superato già da un bel pezzo.

Ma sapete che vi dico? Se tanto non ho nulla da perdere, io continuerò per la mia strada. Vivrò quello che la vita mi regalerà, quello che mi toglierà, quello che mi insegnerà e ciò che sarà capace di farmi sentire quella che sono.

Che poi chi sono non lo so, ma se le cose continueranno ad andare come credo, forse lo scoprirò un attimo prima che tutto sia finito. Non prima. Di sicuro.

E questa notte il mio pensiero va a tutti i bambini che un’infanzia non ce l’hanno più o non l’hanno mai avuta. Spererò che almeno in un sogno possano abbracciare il loro orsacchiotto, dopo aver bevuto un bel bicchierone di latte caldo, messi a letto dalla loro mamma e dal loro papà con un bacio sulla fronte.

Se potete, non svegliatevi mai, piccoli eroi.

Buonanotte.

Lombok

Vi voglio raccontare di un posto lontano in cui il cielo e le onde del mare si uniscono, quel posto in cui le montagne fanno il solletico alle nuvole con il loro verde intenso. È un luogo che forse molti hanno dimenticato ed altri mai conosciuto e in cui le persone che lo abitano forse ringraziono per tanta indifferenza.

Che ci si arrivi dal cielo o dal mare, la sua terra ci avvolge subito con la sua arida polvere e nell’aria aleggiano aromi di spezie ed incenso.

Ci sono strade pronte a portarci verso nuovi orizzonti che diventano impervie e piene di solchi non appena ne scorgiamo le sembianze.

Ed ecco, non molto lontano, comparire le capanne, con le loro pareti tutte di bambù e il tetto ricoperto di una fitta paglia.

Il tempo sembra essersi fermato da sempre, in un momento impreciso e da chissà quanto.

I cani sono ovunque. Corrono liberi di esistere lungo i fossati ai lati delle strade o a ridosso dei warung in attesa del cibo avanzato dai turisti. Si adagiano all’ombra di un tavolo, in un angolo improbabile in cui tutti rischiano di calpestarli, sui cumuli di terra a bordo strada, sull’asfalto in mezzo alla carreggiata, incuranti degli slalom dei motorini per evitarli. Chiudono gli occhi, ma restano vigili in attesa di un compagno di vita o di battaglia. Tutti uguali tra loro, magri e affamati, riescono a portare alla luce cuccioli pieni di voglia di vivere e mordicchiare le orecchie ai fratelli. C’è sempre una cagna dalle mammelle piene di latte a vigilare su di loro, capace di superare la fatica e il caldo, con le sue cicatrici,  gli occhi segnati dalla congiuntivite, le sue pulci ed il suo innato sento materno.

Ed eccoli lì, piccoli umani vestiti dai colori del sole, scalzi, con le loro assi di legno piene di braccialetti di cotone fatti a mano. Il colore della loro pelle scalda il cuore solo alla vista. Il colore dei loro occhi fonde l’anima se solo ne si incrocia lo sguardo. Minuscoli imprenditori che non hanno nemmeno avuto il tempo di decidere di diventarlo, capaci di estorcere sorrisi e soldi con l’abilità di un negoziatore esperto. Un uomo veglia in disparte, seduto in un angolo, per essere certo che il loro essere bambini sia abbastanza redditizio. Li si trova sul retro dei furgoni, con i loro sorrisi sdentati e le loro manine alzate in saluto verso noi occidentali. Ci guardano. Che strani esseri dobbiamo essere per loro. Ridono. Ci salutano di nuovo e non smettono di prestarci attenzione e risate fino a quando non spariamo del tutto dal loro campo visivo.

Un chador dai colori spenti lascia libero il viso di una donna di rientro dalle risaie. Una strada piena di polvere e buche verso casa su di un mezzo di trasporto improbabile. Stanchezza, sacrificio e spiritualità nei suoi occhi, rassegnazione e speranza nel suo sorriso.

Gli uomini che popolano questo posto ne custodiscono avidamente le origini e l’essenza. Ci osservano da lontano come fossimo degli alieni. Ci scannerizzano. Sono gentili, ci forniscono aiuto, indicazioni, sono cordiali. Ma non smettono mai di tentare di leggerci dentro.

In tanti vivono in capanne, riposano all’ombra di baldacchini spogli di tende fatti di bambù. Ho visto tante giovani donne scalze a bordo strada, osservare il lavoro dei loro uomini con in braccio il loro bambino, respirando polvere e benzina.

Inizia il giorno e risuonano canti religiosi accompagnati da musica tintinnante, che non smette mai di viaggiare con il suo eco fino al calare del sole e anche oltre. Nei bar, gruppi di cantanti locali regalano la loro voce al pubblico, consapevoli o no di avere nel sangue un sound che va ben oltre alla vibrazione delle corde vocali. Musica per vivere. Musica per sopravvivere.

I cibi regalano note speziate e piccanti ad ogni boccone. I polli che ruspano nelle fattorie sparse ovunque sono gli stessi che mangeremo domani, le galline sfornano senza tregua le uova che mangeremo oggi. Tanti cappellini di paglia appuntita spuntano dai campi mentre raccolgono il riso che mangeremo ogni giorno. Profumi d’oriente indimenticabili una volta arrivati alle narici.

Di notte i gechi pianificano i loro attacchi alle farfalle, alle pallide luci dei lampioni, girovagano sulle pareti delle camere in cui loro stessi ci concedono di soggiornare. Le rane restano ai bordi delle piscine dei Resort in cui saltellano ogni tanto per non far asciugare la loro umida pelle.

E LUI, il grande spirito, è il re di tutto ciò che vediamo, non abbiamo ancora visto e forse non vedremo mai di questo luogo. Resta dov’è in ogni momento, capace di mutare continuamente, talvolta rabbioso, talvolta placido, impetuoso e avvolgente. Rigenera la nostra pelle, ci libera dal calore, ci regala increspature perfette come quadri all’alba così come al tramonto. Le sue onde vengono cavalcate dai surfisti che tentano di domarne la forza, conoscerne l’essenza, prevederne la direzione e la rottura in schiume sontuose. Mi sono sdraiata su una tavola ad aspettare le onde, di fianco al mio istruttore. Ho provato un milione di volte a salirci, ci sto ancora provando. Ho perso l’equilibrio, sono caduta, ho rollato tra le schiume, mi sono graffiata e ammaccata un po’. Sono arrivata fino a riva come un missile spinta dalla potenza delle correnti e ho riso, e ho pianto in silenzio. Ho sentito le braccia sempre più deboli e sempre più forti ad ogni remata. Ho sentito il mio corpo cedere dinnanzi alla SUA potenza. HO SENTITO IL MIO CORPO. La consapevolezza di esistere, la consapevolezza di ESSERE e di essere qui, dall’altra parte del mondo a lottare con con me stessa, le mie paure, le mie insicurezze, il mio corpo debole, il mio spirito sempre più forte. Per fare pace con me stessa. Per fare pace con il MARE.

Vi presento ciò che ho conosciuto di Lombok.

 

Se tempo e spazio sono infiniti…significa che ciò che ci circonda é molto di più di ciò che vediamo

zenoneIl paradosso di Zenone

La perpetua corsa di Achille e la tartaruga
(paradosso che mostra l’irrealtà di spazio e tempo)

 

“Achille, simbolo di rapidità, deve raggiungere la tartaruga, simbolo di lentezza. Achille corre dieci volte più svelto della tartaruga e le concede dieci metri di vantaggio. Achille corre quei dieci metri e la tartaruga percorre un metro; Achille percorre quel metro, la tartaruga percorre un decimetro; Achille percorre quel decimetro, la tartaruga percorre un centimetro; Achille percorre quel centimetro, la tartaruga percorre un millimetro; Achille il millimetro, la tartaruga un decimo di millimetro, e così all’infinito; di modo che Achille può correre per sempre senza raggiungerla”.